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I Ricordi di Giovanna

I ricordi di Giovanna

 

Le sculacciate mi hanno attratto fin da piccola, anche se in casa non ricordo una sola volta che i miei genitori abbiano alzato le mani su di me.

Il primo ricordo su quest’argomento, risale all'unico anno in cui sono stata all'asilo, quando vidi la maestra sollevare la vestina ad una mia coetanea e appiopparle una decina di sculaccioni sulle bianche mutandine.

La maestra teneva la bambina con il braccio sinistro e con il destro completava l'opera. La bambina ricordo che disse di me: "Signorina, ma Giovanna mi guarda!"

Poi, ricordo alle scuole medie che si sapeva che la sorella maggiore del mio compagno di banco, una certa Laura, pagava al suono di sonore sculacciate le insufficienze scolastiche e così, suppongo accadesse al mio compagno. Poi, nelle prime classi del liceo, raccoglievo le frammentarie confessioni di Gabriella, mia compagna, alle prese con una madre tremenda e antipaticissima che avevo conosciuta alle riunioni di classe.

A parte questo, c'erano le lettere che i quotidiani e soprattutto i settimanali pubblicavano, generalmente di ragazze nelle condizioni di Gabriella e che io ritagliavo e nascondevo in una scatoletta. Tutto questo mi procurava una strana e un po’ morbosa curiosità, come se mi sentissi esclusa da qualcosa. Ma come potevo…, con due genitori stupendi come i miei, con amici ed amiche a frotte, nessuna preoccupazione, mettermi in testa certe idee?

Ebbene sì, mi sarebbe piaciuto provare ad essere sculacciata, anche se sapevo che ciò m’avrebbe procurato dolore. Ma in casa non c'erano possibilità: sapevo che potevo anche appiccare all'appartamento… i miei mi avrebbero fatta magari internare, ma non mi avrebbero toccata con un dito. Fino a quando, l'estate di tre anni fa, a diciotto anni, ebbi l'occasione di soddisfare la mia curiosità. L'opportunità mi fu fornita tramite la scuola ed il contatto con Janet Mills, una ragazza londinese, di un anno più giovane di me, con la quale scambiavo corrispondenza: io, per migliorare il mio povero inglese, lei il suo altrettanto povero italiano.

Tutto doveva poi concludersi con uno scambio di un mese da concordarsi per luglio. Fu così che io e Janet (dalle foto mi apparve la tipica ragazzina inglese dai capelli rossicci e un po' grassoccia) cominciammo a scriverci regolarmente. Io sapevo, per averlo letto da qualche parte o per averlo sentito dire, che l'Inghilterra era la patria delle punizioni corporali, di conseguenza della sculacciata disciplinare. Sapevo anche che fino a non molti anni fa i castighi corporali erano previsti anche nelle scuole e che poi erano stati aboliti in quelle di stato, ma che sopravvivevano in qualche vecchia e aristocratica scuola privata.

Cominciai cosi, con cautela, a chiedere a Janet, dopo un certo numero di lettere, se le cose stessero effettivamente così e lei mi rispose affermativamente, ma che lei frequentava una scuola di stato.

Le chiesi allora come funzionavano le cose a casa sua e Janet mi scrisse che sua madre qualche volta la sculacciava, che era una cosa abbastanza normale da loro e chiese della mia situazione. Io risposi la verità: cioè nessuno mi aveva mai toccato e non approfondimmo più l'argomento. Io cominciai a ripensarci nell'imminenza del mio viaggio in Inghilterra quando si stavano sistemando i dettagli del mio soggiorno. Mi proposi allora di tentare di avere in Inghilterra quello che non avevo potuto sperimentare qui: farmi dare una bella sculacciata dalla madre di Janet!

Già, facile a dirsi! Ma come mettere in pratica la mia idea? Intanto andiamo, pensai, poi si vedrà.

Janet venne in Italia un giorno prima della mia partenza e così avemmo modo di conoscerci. Era una ragazza molto simpatica. Io ero un po' nervosa, anche per quello che mi ero ripromessa di fare e aspettavo con ansia la partenza.

Fu un viaggio estenuante, effettuato in treno, traghetto e ancora treno ed il pomeriggio arrivai alla casa di Janet, una di quelle casette bianche a due piani, tutte uguali, una in fianco all'altra, con un piccolo giardino, tipiche della prima periferia di Londra.

La signora Mills, che era vedova, si chiamava Margareth ed era una donna abbastanza simpatica e molto gentile, anche se si capiva che all'occorrenza avrebbe saputo farsi rispettare. Alta e secca, aveva i capelli corti brizzolati e gli occhiali.

Nei miei primi giorni londinesi dovetti abituarmi alla vita inglese e al loro cibo che trovavo disgustoso, ma mi piaceva girare per Londra. Mi accorsi anche di piacere ai giovanotti locali, che apprezzavano il mio fisico, i miei capelli lunghi e gli occhi neri tipicamente mediterranei. M’impratichivo a poco a poco anche della lingua inglese.

La signora Mills parlava un ottimo italiano, ma con me parlava rigorosamente inglese. Ogni tre giorni mi consentiva di telefonare a casa e Janet faceva lo stesso con lei: a casa mia, pare si trovasse benissimo. (Lei certo non correva nessun rischio). Alla storia delle sculacciate non ci avevo quasi più pensato, ma poi, verso la metà del mio soggiorno, mi decisi a fare il tentativo.

Avevo molto timore ed io sola so quante volte fui sul punto di rinunciare a tale progetto, ma mi si presentava un'occasione unica. Se andava male, pazienza. Ma cosa avrei potuto fare per costringere la signora Mills ad arrivare a tanto? Io non ero sua figlia e lei nemmeno conosceva i miei genitori. Mi occorreva un fatto gravissimo per provocarla, ma cosa avrei mai potuto combinare? Naturalmente avevo degli orari di rientro da rispettare ma non mi sembrava che un ritardo, per quanto grave, fosse motivo sufficiente a provocare una sua reazione violenta. Potevo tornare a casa ubriaca, ma avrei saputo fingere abbastanza bene? E se avessi effettivamente bevuto qualche birra in più, probabilmente, non mi sarei gustata la cosa come mi ripromettevo. Decisi allora, dopo tanto riflettere, che un piccolo furto sarebbe stato l'ideale ed ero allora così sciocca, da non pensare alla figura che avrei fatto fare alla mia famiglia oltre che a me stessa. Così passai all'azione.

Avevo notato che la signora Mills teneva un po' di soldi, non molti, in un certo barattolo in cucina, per le piccole spese urgenti; così, una mattina, mentre consumavo il mio breakfast e la signora era in bagno, m’impossessai di venti sterline legate con un elastico sottraendole alle quaranta contenute nel barattolo stesso e le misi nella borsetta. Poi me n’andai tranquillamente a spasso per la città. Tranquillamente, mica tanto, perché sopravveniva un certo rimorso per il mio gesto. Speravo che almeno sarebbe sortito qualche effetto. Se la signora non si fosse accorta di nulla, avrei rimesso al loro posto le venti sterline. Feci un veloce lunch nella caffetteria di un grande magazzino e rientrai a casa verso le cinque del pomeriggio.

La signora Mills era in cucina a preparare il tè, come se niente fosse e pensai che non si fosse accora di niente. Ma alla fine del tè la signora mi chiese, questa volta in italiano e forse per farsi meglio intendere. "Giovanna, hai preso tu venti sterline dal barattolo della cucina?" fingendomi sorpresa risposi: "Io? No signora!"

"Sei sicura?"

“Certo, perché?"

"Perché stamattina erano quasi quaranta e adesso ne mancano venti; io non le ho prese, secondo te chi può essere stata?"

"Io non lo so, signora".

"Giovanna, se tu non sei stata non avrai niente in contrario se guardo nella tua borsetta, vero?"

"Ma, signora, io... Lei non si fida di me!"

Evidentemente, aveva già guardato nella borsetta che io avevo volutamente lasciato a casa.

"Giovanna, dammi la borsetta!"

Gliela passai, lei l'aprì, ne estrasse le venti sterline unite dall'elastico e me le sventolò sotto il naso.

"Allora, queste cosa sono?"

Abbassai gli occhi senza rispondere. "Questo spiega tutto!" disse la signora Mills con espressione di ghiaccio. “Naturalmente io non posso accettare di tenere una ladra in casa. Domani stesso tornerai in Italia a casa tua!” Questo non me l'aspettavo davvero e cercai di pare il colpo: "Signora, la prego..."

“Giovanna, ho già deciso!”

Non mi feci smontare dal suo tono di voce ed infilai una confusa serie di scuse e di suppliche. Spiegai che avevo prelevato quei soldi perché di mio ne avevo pochi e ne avevo spesi troppi. Assicurai che ero pentita. Lei ribatté che se avevo bisogno, avrei dovuto chiedere a lei. Io la pregai di non rispedirmi a casa. Le affermai che i miei mi avrebbero cacciata, che avevo paura di mio padre, che nella migliore delle ipotesi mi avrebbero mandata a lavorare oppure in un istituto di rieducazione. La pregai di non rovinarmi per uno sbaglio, per una malaugurata stupidaggine. Aspettavo che dicesse qualcosa cui appigliarmi. E la signora Mills disse: “Ma cosa dovrei fare io?”

Allora le dissi: “La prego, facciamo una cosa che rimanga fra noi e dopo mi perdonerà”.

“Che cosa vuoi dire?”

“Lei come punisce Janet quando si comporta male?”

La signora Margareth mi guardò severa:

“Janet ti ha detto qualcosa?”

Io risposi: "Beh... sì..."

La signora Mills ci penso su un po', poi disse: "Ma io non posso sculacciarti, non sei mia figlia!"

"Oh, signora, la prego! Qualsiasi cosa, ma non mi rimandi a casa! Sono molto pentita! Faccia conto che io sia Janet"

"Non posso!"

"La scongiuro, signora!" La signora Mills ci pensò ancora un po', poi decise.

“E va bene! Ma solo per questa volta! Alla minima cosa che fai ti rimando in ogni modo a casa! E in ogni caso non credo che sarai soddisfatta della tua decisione quando ti sculaccerò! Ora sali in camera tua e aspettami!”

La ringraziai a mezza voce ed obbedii ritirandomi nella mia camera che era poi quella di Janet, piccola ma comoda e confortevole. Pensai che la signora Mills salisse subito e invece no, impiegò circa due ore nelle quali mi lasciò a "prepararmi". Sicuramente si trattava di una punizione nella punizione e che Janet doveva conoscere molto bene. Io non ero più sicura di quello che avevo fatto, ma ora era troppo tardi. Mi aggiravo per la stanza inquieta, guardando i libri della biblioteca di Janet: pensavo alla punizione imminente e soprattutto se sarebbe stata, o meno, sulla nuda pelle.

Non sapevo più cosa augurarmi. Forse anche la signora Mills aveva dei dubbi sulla soluzione concordata, o forse la prospettiva di sculacciare una ragazza italiana l'attirava, chissà. Finalmente la sentii salire le scale ed ebbi improvvisamente paura, quasi speravo che mi annunciasse che aveva deciso di perdonarmi. Invece la signora Mills entrò nella camera con la stessa gelida espressione di prima e si sedette sull'unica sedia. Parlò ancora in italiano:

“Allora, Giovanna, sei sempre convinta?”

“Sì,” mormorai io.

"Sai cosa devi fare?"

"No, signora non sono mai stata sculacciata prima".

"Male! Molto male! Se i tuoi genitori lo avessero fatto qualche volta non avresti rubato quelle venti sterline. Non credo che ti piacerà, sai? In ogni caso ora piegati sulle mie ginocchia" Rossa in volto mi avvicinai e mi lasciai cadere sulle gambe della signora Mills. Lei mi sistemò un poco e mi ritrovai con le braccia penzoloni, il naso non molto distante dal tappeto, le gambe piegate dietro. La parte più alta del mio corpo era il sedere. Riuscii solo a pensare che c'ero riuscita. La signora Mills mi sollevò la gonna sulla schiena. M’avrebbe sculacciata così? No! Poco dopo la sentii armeggiare con i collant e le mutandine.

"Mi sculaccia a sedere nudo?" chiesi a bassa voce.

"Certo! Cosa credevi?"

E già, cosa credevo? Mutandine e collant erano arrivati a mezza coscia e li si fermarono, mi sentivo strana col sedere fuori. La signora mi cinse la vita con il braccio sinistro e pochi istanti dopo sentii arrivare la prima tremenda sculacciata. Capii subito che mi ero cacciata davvero in un guaio! La signora sculacciava lentamente, ma con estrema violenza ed io mi accorsi che quelle sculacciate mi strappavano le lacrime. Quanto sarebbe durata? Mamma mia, che dolore! Adesso capivo le lamentele di Gabriella.

"Piano, signora! Più piano!" mi sorpresi ad implorare. La signora non mi rispose e continuò a battermi con la stessa forza, del resto era o non era una punizione? Non ne potevo più! Cominciai a dimenarmi, ma non serviva a un bel nulla. Allora cominciai a strillare: "No, signora Mills! La prego, non così, non così forte! Signora! Basta! Stop! Stop! Mi sta facendo male! Mi brucia! Mi brucia il sedere! La supplico! Basta! Pietà! Non lo farò più! Mi creda! Aiuto! Basta!"

Ma la signora Margareth continuava a sculacciarmi e non parlava per niente. Solo allora capii che cosa terribile fossero le sculacciate.

Passò un bel tempo prima che smettesse ed io, ero in un mare di lacrime. Quando mi fece rialzare avevo tutta la pelle che mi tirava e con gli occhi pieni di lacrime mi voltai a guardare il sedere che era rosso come se fosse stato verniciato! E come bruciava!

"Piaciute le sculacciate?" domandò la signora strofinandosi le mani.

"No! No!" singhiozzai prendendomi il volto fra le mani e lasciando ricadere la gonna.

"Rivestiti ora! Stasera non esci da qui e ti porterò io la cena. Poi domani mattina ti do il resto!"

"II resto?" esclamai sbigottita.

"Sì, quelle che non ti ho dato stasera. Come faccio con Janet!"

"Ma, signora, mi ha già fatto un male spaventoso stasera! Non può continuare domani!"

"Zitta Giovanna! Sei sempre in tempo a cambiare idea. Ma in quel caso domani torni in Italia!" e se ne andò lasciandomi con le mie angosce. Questo Janet non me l'aveva detto! Come potevo ancora sopportare un castigo del genere? Inutile affermare che ero pentita della mia trovata! Toccai appena la cena che la signora Mills mi portò, consumandola in piedi, ormai ero in trappola, non potevo mica scappare dalla finestra, anche se ne avevo la tentazione.

La preoccupazione per l'indomani ed il fastidio che le sculacciate già prese mi procuravano, non mi consentì di concentrarmi sui particolari del castigo ricevuto e di ricercarvi qualcosa di morbosamente frizzante.

Inutile sostenere che dormii malissimo, badando bene a non appoggiare sul mio sedere sculacciato il peso del mio corpo e con la debolissima speranza che la signora Mills mi evitasse la seconda parte del castigo. La mattina seguente, non successe nulla fino a quando non mi fui vestita. Proprio mentre stavo per scendere a fare colazione facendo finta di nulla, udii qualcuno salire le scale. Attesi palpitando e la signora Mills entrò nella stanza da letto. Nella mano destra impugnava una spazzola per capelli con l'ovale piuttosto grande, di legno.

“Allora, Giovanna, siamo pronte per la seconda parte?”

“Ma signora, dobbiamo proprio?” mormorai io con la voce già rotta dal pianto. La signora Mills mi guardò severamente:

“Alla tua età dovresti avere un briciolo di dignità in più!”

Si sedette sul mio letto e mi fece cenno di avvicinarmi a lei. Questa volta non mi prese sulle ginocchia, ma mi tenne in piedi con le mie gambe strette fra le sue. Mi domandavo cosa diavolo volesse farmi, anche se purtroppo immaginavo che quella spazzola centrasse qualcosa.

“Tirati su la gonna, Giovanna!” mi ordinò .

“Ma signora...”

"Fai quello che ti ho detto!". Tristemente mi tirai su la gonna e la tenni sollevata. Lei mi tirò giù, assieme, collant e mutandine sino alle ginocchia. Mi guardai le natiche che portavano ancora i segni della punizione precedente. La vidi impugnare la spazzola.

"Signora!"

La sua mano era già partita. Mi sculacciò più volte con il dorso della spazzola, molto più lentamente di quello che aveva fatto con le mani. Accidenti, che male! Cominciai subito a strillare ed a lamentarmi penosamente. Ogni tanto smetteva e mi domandava:

 

"Allora, Giovanna, ruberai ancora? Sei pentita? Bruciano le mie sculacciate? "Io rispondevo singhiozzando a più non posso:

“No! Signora! Basta! Pietà! Non lo farò mai più! Sì! Sono pentita!” ondeggiavo di qua e di là come un fuscello investito dal vento, cercavo di uscire da quella morsa, ma non ne ero capace, lasciai ricadere un paio di volte la gonna, un altro paio di volte mi grattai le natiche beccandomi anche un colpo di spazzola sulla mano.

La signora Mills mi sgridò più volte, si stava arrabbiando per il mio comportamento.

Io saltellavo sul posto per quel poco che mi era consentito e cercavo ancora di proteggermi, di lenire il dolore. Lasciai ancora ricadere la gonna.

Allora la signora Mills si spazientì e gridò: "Adesso basta!"

Mi afferrò con brutalità ed io mi ritrovai subito sulle sue ginocchia come la sera prima.

Mi risollevò la gonna ed i minuti che seguirono restano i più dolorosi della mia vita: sculacciata con quella maledetta spazzola ad una velocità terribile.

Gridavo con quanto fiato avevo in corpo fin quasi a perdere la voce, piansi tutte le lacrime che potevo piangere, mi disperai come non avevo mai fatto.

Quando, sconvolta, ebbi il permesso di alzarmi, avevo le natiche che sembravano due prugne mature!

Improvvisamente il tono della signora Mills cambiò.

Era molto più gentile ora: "Hai sbagliato ed hai pagato, Giovanna. Che non succeda mai più, né qui, né da un'altra parte, capito! Mi dispiace, ma lo hai voluto tu. Adesso in ogni caso non ci pensare, è finita, è passata". Mi accarezzò il sedere mentre io ancora mi disperavo, vinta e umiliata. Poi, mi aiutò a rivestirmi.

Da quel momento, del furto e delle sculacciate non ne parlò più, anche se il mio sedere impiegò un po' di tempo per ritrovare il colorito normale. Non ho mai fatto parola con i miei genitori, né con Janet, di quanto era accaduto e penso che altrettanto abbia fatto la signora Mills. Quell'esperienza mi ha fatto comprendere che le sculacciate sono una cosa meno leggera di quanto pensassi, in tutti i sensi. Tuttavia, ho continuato ad occuparmene, a leggerne, anche se non ho più voluto ripetere un'esperienza simile. Ma non posso negare che quel ricordo, ogni tanto, mi torna alla mente e non è per nulla un ricordo sgradevole.

Anzi mi stimola ancora.