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Metropolis

Paul Stoves visita il Metropolis

 

Me n’avevano parlato più volte ma non ci avevo mai messo piede. Quella sera, fatalità volle che l’amico Fulvio mi fissasse un appuntamento di lavoro proprio al Metropolis. “Sarà l’occasione per visitarlo” mi disse gentilmente al telefono. Vero, pensai fra me, sarebbe stato come prendere due piccioni con la solita ed unica fava!

Facile da raggiungere e senza particolari difficoltà per parcheggiare l’automobile, questo locale, secondo il mio modo di vedere le cose, aveva già guadagnato dei punti.

Un’accoglienza cordiale, della gente simpatica ed un’atmosfera intrigante, aveva fatto il resto.

Video accattivanti ed interessanti scorrono su di una serie di monitor e su di uno schermo gigante. Ora è uno schiavo cui una domina sta inserendo un butt-plug a coda di cavallo, ora è un’altra che sferza le natiche di un sottomesso con una frusta d’acciaio! Incredibile, l’ultima volta che n’avevo vista una (e non in azione) fu al museo della Torre di Londra e, se non ricordo male, un’altra nel museo della Tortura di Milano! Pensare che tale strumento era usato dalla Santa Inquisizione! Fortunatamente, la Mistress del filmato sembra conoscere il fatto suo ed i segni che lascia sull’indifesa epidermide esposta al martirio, non sono irreversibili.

Mi guardo attorno.

Ad una grata dell’ingresso, una sorta di divisorio di rete metallica fra il vestibolo ed alcuni divanetti, è legata a croce ed imbavagliata con pallina, una graziosa figura con i seni d’adolescente ed il corpo flessuoso ed armonico. Chiunque passi può ammirarla con attenzione: deriderla o alleviarne le pene con una parola di conforto…, poco distante e sempre vigile, il compagno la sorveglia impugnando un sottile frustino.

Che bello, penso fra me, finalmente un locale “europeo” e, infatti, se tendi bene l’orecchio, puoi sentire conversare amabilmente in francese, in inglese…

Mi dirigo verso un bar ben fornito, dove mi serve una graziosa e gentilissima ragazza, cosa molto rara (la gentilezza) di questi tempi!. Forse sanno che scriverò qualcosa…, impossibile…, qui non mi conosce nessuno.

Di fronte al bancone, proprio in mezzo ai piccoli divani di pelle scura, un gruppetto di persone assiste al calpestamento d’alcuni ragazzi mentre altri si dedicano alla cura orale delle calzature delle signore o signorine presenti. Scarpe e stivali sono accuratamente leccati e lucidati a saliva con particolare dedizione ai tacchi, di tutti i tipi: a zeppa, normali, a spillo, ecc.

Simpatici personaggi vestiti di tutto punto, con indumenti di gomma, latex, pelle, alcuni dotati di maschere antigas, si aggirano con educata discrezione nel locale che ricorda, a volte, il Torture Garden o qualche similare di Soho a Londra.

Stupende padrone in stivaloni e frustino transitano con i propri schiavi al guinzaglio.

La musica in sottofondo è piacevole e la padrona di casa bada a cambiarne il genere, di tanto in tanto e secondo le più svariate situazioni.

Chiedo alla proprietaria se Fulvio è arrivato. La risposta è affermativa. Mi indica una porta sulla quale si affaccia una saletta. Cerco di farmi varco fra il nutrito gruppo di persone che assiepa l’ingresso. Giunto sulla soglia, però, sono cortesemente fermato ed informato che ivi si entra solo se invitati. Riferisco che devo vedere Fulvio e mi rispondono di rimanere nei pressi.

Dopo neppure un minuto, una deliziosa ragazza si avvicina alla porta chiedendo ad alta voce di Paul Stoves. Mi faccio avanti e mi lasciano entrare. La fanciulla mi afferra per mano e mi accompagna in fondo alla sala dove, sprofondato comodamente su di un divano di pelle, giace sorridente l’amico. Non perde tempo, il buon Fulvio, e mi presenta la ragazza: mademoiselle V. Mi racconta d’averla in affido per la serata in quanto, il padrone della stessa, non è potuto venire. La invita a mettersi in ginocchio ai miei piedi. La fanciulla esegue. Ho finalmente il tempo per osservarla con attenzione. Un simpatico viso sorridente, occhiali alla moda di un bel colore azzurro che si intonano perfettamente alla forma leggermente ovale del volto, alta, slanciata e vestita con sobria eleganza.

Fulvio reputa opportuno che a V. sia scaldato il culetto, seduta stante. Non posso certo esimermi da tale compito e così faccio prendere posizione alla ragazza. Lo spazio non è ampio. Capirete, ho alla mia sinistra due schiavi seminudi che sono frustati e titillati dalla loro padrona mentre alla mia destra, dopo Fulvio, uno schiavo cui stanno versando della cera bollente sulla schiena.

In ogni caso, faccio mettere V. sulla mia coscia sinistra mentre, con la destra, le serro le gambe in una morsa. Dopo averle accarezzato il culo velato da un sottile paio di pantaloni a righe – molto britannico – assesto la prima sculacciata. Alzo per un istante lo sguardo. Tutti si sono fermati e gli sguardi sono posati sulla mia mano e, ne sono certo, sulla sferica rotondità di V.

In quella posizione il culo è sicuramente pronunciato ed invitante. Alterno ogni sculacciata con un rapidissimo massaggio: voglio saggiare la consistenza di quel fondoschiena che, al contatto con la mia mano, è sodo ed elastico. In Inghilterra si dice: “Un culo creato apposta per essere sculacciato”, ed è così!

V. si comporta in maniera eccelsa ed il suo padrone deve esserne fiero.

Come premio per tale comportamento cerco di abbassarle i pantaloni. Mi imbatto in un capriccioso bottone (forse, però, sono io un imbranato). Le ragazze impertinenti non dovrebbero indossare vestiti alla moda ma solo semplici e corti gonnellini…

V. mi da una mano e, bontà sua, i pantaloni scivolano alle ginocchia. La ragazza ha veramente un culetto delizioso e piacevole velato, ora, solo da un paio di ridottissimi string scuri. La sculacciata prosegue imperterrita con colpi cadenzati e secchi, quanto basta per fare assumere alle natiche una bella tonalità che dal rosa pallido arriva al rosso carminio. Faccio scomparire il minuto indumento intimo, ultimo baluardo di difesa, nel solco intergluteo e posso finalmente ammirare, in tutta la sua bellezza, un culo degno d’essere l’oggetto principale del Paradiso degli uragani.

Lo spettacolo offerto al pubblico circostante deve essere davvero notevole ma non devo e non posso dimenticare che V. appartiene ad un altro padrone. Mio malgrado, quindi, sospendo la seduta disciplinare facendo rivestire la fanciulla e congedandola.

Rimango comodamente seduto al mio posto, frastornato dalla deliziosa sorpresa che Fulvio mi ha riservato: è davvero un amico.

Nel frattempo, in mezzo alla sala, un giovane schiavo dai lunghi capelli neri, è riempito di mollette al glande ed ai testicoli. Alcune pinze chirurgiche sono applicate ai già provati e doloranti capezzoli. Poco distante, un altro, riceve cera fusa bollente sulla schiena. In mezzo a tutti, un simpaticissimo Master dal chiaro accento veneto, impartisce ordini ed elargisce scudisciate con una sorta di gatto a nove code dal garbato nome di donna.

Ho bisogno di bere ed esco dalla saletta ormai completamente pervasa da gemiti, suppliche e lamenti.

V. mi segue. Darà un’ulteriore esibizione di sé quando una coppia, estratte da una borsa decine di metri di corda in nylon, la immobilizzerà come un salame in una splendida performance dimostrativa di bondage alla “giapponese”, da manuale.

Assisto attento. Chi esegue è provetto in tale arte. La circolazione è attentamente controllata. V. è in buone mani, sempre.

La sua compagnia mi allieterà per tutta la serata e, detto fra noi, spero di incontrarla di nuovo il prossimo lunedì.

 

Paul Stoves