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Martina

 

Martina

Quando le capitò l'occasione giusta, Soledad Forni non credette ai propri occhi. Ormai da anni aspettava un passo falso, un errore, una grave mancanza. Quel giorno era arrivato e Martina, la bella Martina, era nelle sue mani, impotente, senza scampo. Avrebbe finalmente potuto rifarsi di tante umiliazioni di tante ingiustizie, farle pagare cara la sua sfrontatezza, la sua disinvoltura, la sua ipocrisia.

Quando quella ragazza ventitreenne era stata assunta in banca era stata lei, Soledad, che aveva quasi vent’anni più di lei a prendersene cura, ad insegnarle il mestiere, ad essere svelta ed efficiente. Per la verità, non le era mai piaciuta molto quella ragazzina con lo sguardo avido ed il sorriso furbo, ma se ne prese cura nel migliore dei modi. Bel modo di ripagarla! Non era passato molto tempo dall'assunzione di Martina quando Soledad capì che quella sfrontata, per fare carriera, avrebbe ammazzato sua madre e che sapeva perfettamente come fare per arrampicarsi sempre più in alto. E poi, Martina era bella, tanto bella, a differenza di lei, povera Soledad, che si arrabattava da quindici anni per quei piccolissimi privilegi, quei modesti avanzamenti che le erano stati concessi. Martina invece...

Soledad era una donna svelta e simpatica, ma nessun collega l'aveva mai guardata con quel certo sguardo. Martina, invece, se la mangiavano tutti con gli occhi dal primo giorno che era arrivata, ma lei non badava a nessuno di quei poveri impiegati di banca, belli o brutti che fossero, lei mirava in alto, a chi gestiva almeno un po' di potere. Soledad aveva capito cosa sarebbe successo quando parlò di Martina in termini poco lusinghieri con il dottor Inzago, direttore dell'agenzia. "Signorina Forni, mi meraviglio di lei, non la facevo così acida. Lei non e giusta nei confronti della signorina Sordini, una brava ed onesta lavoratrice... Non avrà per caso bisogno di un periodo di riposo?"

Soledad non aveva compreso fino a quel giorno quello che molti già sapevano e cioè che Martina era diventata la compagna di letto (ma anche di divano, ascensore, cucina e scrivania) del dottor Inzago, un uomo di mezza età, sposato e due volte padre. Fu uno dei tanti bocconi amari che Soledad, e molti altri come lei, dovettero ingoiare in quella agenzia. Ma l'escalation era proseguita addirittura con la nomina di Martina a vicedirettore dell'agenzia.

Il momento più brutto era forse però stato quando Soledad aveva dovuto dare del lei a Martina che invece continuava a darle del tu. Da allora Martina si era praticamente appropriata dell'agenzia.

Soledad la odiava quando la vedeva attraversare l'ampio salone passando dall'ufficio cambi a quello titoli, alla direzione, lo sguardo altero ed il sorriso falso, irta sui tacchi a spillo che ne esaltavano le gambe snelle e slanciate racchiuse in eleganti collants grigi, la gonna altrettanto grigia e stretta, i capelli biondi arrotolati in quella lunga treccia un po' da ragazzina che scivolava lungo la schiena, con gli occhi grandi e scuri e il naso sormontato qualche volta da un civettuolo paio di occhiali firmati che le erano del tutto inutili. E quell'astuto sculettare, che catturava lo sguardo di tutti i clienti, dal piccolo risparmiatore all'imprenditore di successo, non era una cosa odiosa?

Ma tutti i nodi vengono al pettine, prima o poi. Ed ecco saltare fuori quella storia della fideiussione accordata con tanta leggerezza e che era costata lo scandalo ed il posto al dottor Inzago. Già, perché Martina e le sue arti di letto non erano estranee a quella concessione. Il povero direttore non ritenne di coinvolgerla in quella scomoda storia, ma Soledad conosceva bene tutto e penso di sfruttare ciò che sapeva in un modo molto diverso da quello che avrebbe usato con un'altra persona. L'idea le era venuta un po’ per quello sculettare di cui sopra e un po’ per inclinazione naturale. Pensò di coinvolgere qualche altra collega, e si sorprese di quanto la cosa le riuscisse facilmente con altre tre colleghe: Nanda, Giulia e Teresa. Solo Teresa sulle prime era più dell'idea di ricorrere a una tradizionale denuncia poi si lascio convincere. Una condanna a quella scema di Martina sarebbe stata proprio bene, ma un suo coinvolgimento non avrebbe fatto un favore al dottore Inzago e comunque, sicuramente, il nuovo direttore, con il suo vice, sarebbero venuti da fuori. Poi, l'idea parve divertente a tutte. Si decise di metterla in atto all'orario di chiusura, una mancia al vigilante avrebbe risolto ogni problema. Martina, che non sospettava nulla non era però da tempo più la stessa.

Non rinunciava alle sue passeggiate con sculettamento, ma se aveva l'aria tesa e preoccupata non era certo per la responsabilità temporanea di guidare l'agenzia, quanto bensì alla paura che l'ormai suo ex amante (cosa contava più per lei ormai il dottor Inzago?) raccontasse qualcosa di troppo o che altrettanto facesse il beneficiario di quella fideiussione.

E di aver paura, Martina, non aveva torto, ma in un altro senso. Infatti quel giorno, Soledad bussò alla porta dell'ufficio di Martina ed entrò con uno strano sorriso che la inquietò.

"Cosa vuoi?"

"Parlarle un attimo signora".

"Stamattina non ho tempo, magari domani".

"Il tempo lo troverà", ridacchiò Soledad. "È meglio per lei, mi creda..."

"Cosa vuoi dire?"

"Lei lo sa meglio di me, si tratta di quella storiella che è costata il posto al dottor Inzago..."

Martina si agitò sulla poltrona: "Ed io cosa c'entro?"

"C'entra, c'entra, ne ho le prove, ed anche qualche piccola registrazione".

Martina mise a nudo tutto il suo nervosismo, si afferrò alla poltrona e sbiancò in viso. "Bugie, tutte bugie!"

"Se preferisce che mi rivolga a qualcun altro non ha che da mettermi alla porta..."

Martina abbassò gli occhi. "Va bene! Cosa vuoi? O... quanto vuoi?"

Soledad avvampo ed esclamò: "Si vergogni! Guardi che qui non sono l'unica a sapere tutto, altre persone ne sono informate. Nessuno vuole niente, né intendiamo denunciarla. Vogliamo solo, come dire... regolare un po' i conti".

"Sarebbe a dire?"

"Be', una cosa così grave, e per la verità non e la sola cosa, va punita in qualche modo. E noi vorremmo parlare di questa... punizione".

Poi, aggiunse con un tono che non ammetteva repliche: "All'orario di chiusura in questo ufficio!" e uscì lasciando Martina allibita.

Soledad tornò trionfalmente al suo posto e poco dopo andò ad informare le colleghe.

Martina era sconvolta ed incapace di seguire il proprio lavoro, ormai. Finse con tutti di avere un forte mal di testa, e finse tanto bene che il mal di testa le venne davvero.

Cosa intendeva dire la Forni? Punizione? E quale punizione? Be', l'importante era che quelle invidiose non andassero a spifferare in giro certe cose, rabbrividiva al solo pensiero. Ma di che punizione si sarebbe trattato? Il pensiero la turbava sempre più. Ad un certo punto Soledad dovette tornare nell'ufficio di Martina per portare alcune carte alla firma e Martina la prese per un braccio bisbigliandole:

"Farò tutto quello che volete, ma vorrei sapere... cosa intendevi per... punizione?"

Soledad sorrise e bisbigliò a sua volta: "Sculacciate!" ed uscì di nuovo lasciando Martina allibita peggio di prima. Sculacciate? Ma quella parlava sul serio? Era assurdo, lei si era figurata qualche piccolo ricatto, ma a questo non poteva pensare. Lei, poi, che non era mai stata sculacciata neppure da ragazzina!

Martina si sentì invadere da una febbre strana che la riscaldava tutta. Si accorse di sudare. Non era possibile! Certo Soledad voleva prenderla in giro! Ma se... accidenti, fosse stato vero, sarebbe stata una cosa vergognosa, mortificante, magari anche dolorosa. Quelle erano dipendenti, come si sarebbero permesse? E poi, che orrore, magari essere costrette alla nudità! Davanti a quelle? Pazzesco! Martina non riuscì a pensare a nulla di diverso fino all'orario di chiusura ed a quello strano appuntamento. Anche Soledad ci pensò di continuo, un po' per l'eccezionalità della cosa, un po’ per quell'inclinazione di cui si diceva prima. Ed anche le altre ci pensavano, per tutte era l'ora di una piccola, ma succosa rivincita. Quante volte avevano detto fra loro: "Io quella la picchierei!"

E sarebbe andata proprio così. Le quattro colleghe lasciarono sfilare fuori gli altri alla fine dell'orario di lavoro e quindi si diressero all'ufficio di Martina. Neppure bussarono e Martina se le vide davanti. Era pallidissima, tirata, nervosa. Si alzò in piedi dietro la scrivania e a Soledad sembro per un attimo tornata la ragazza assunta cinque anni prima. Le faceva quasi pena, ma durò solo un attimo.

Martina disse: "Siete in quattro, eh? La giuria! Ma cos'è, un processo?"

"Ne meriteresti uno vero di processo" sibilò Nanda dandole del tu.

Martina volle cambiare discorso "Che cosa dovrei fare?"

"Comincia con il toglierti le scarpe" suggerì Soledad.

Martina reagì: "E chi mi assicura che dopo aver subito tutto questo voi non mi denuncerete lo stesso?"

"Nessuno" rispose Soledad. "Ti devi fidare. E ti conviene, non hai scelta".

"Ma oggi scherzavi quando parlavi di sculacciate vero?"

"Vedrai come scherzavo!"

"Ma è una stronzata..."

"Vedremo se fra poco la penserai ancora cosi. E poi, se e una stronzata perché ti preoccupi?"

Martina si tolse le scarpe: "E adesso?" Soledad prese una sedia e si sedette in centro allo studio. "Tirati su quella gonna!"

"No!"

"Be', o lo fai tu o lo faremo noi", disse Teresa.

Martina si tolse la giacca e l'appoggiò sul tavolo, poi con mani tremanti cominciò a sollevarsi la gonna dall'orlo inferiore. Ci mise un'infinità di tempo e si arrestò, rossa in viso, quando ebbe lasciato scoperte le curve posteriori.

"Adesso avvicinati!" Martina si avvicinò alla sedia dove Soledad l'attendeva con quel mezzo sorriso che da quella mattina non l'abbandonava. Anche le gambe le tremavano.

"Girati ora!"

Martina obbedì. Soledad pensò che il sedere di Martina giustificava in qualche modo le follie del dottor Inzago. Era un elemento a discolpa.

Soledad era anche sorpresa della remissività di Martina, la quale viveva invece la cosa come in un sogno, non capendo quello che succedeva.

Dubitando di questa remissività Soledad rinunciò ad un lento denudamento ed afferrò insieme con energia gli eleganti collant ed i minuscoli slip neri della donna. Il tutto arrivò in un baleno alle caviglie. Soledad era stata bravissima. Martina si sentì morire, ma prima ancora di realizzare di essere mezza nuda, fu fatta girare e planò sulle ginocchia di Soledad. Li distesa, sotto gli occhi delle sue impiegate, con il sedere nudo, la gonna sollevata e spiegazzata, quell'osceno mucchio di stoffa intorno alle caviglie, ebbe un sussulto di vergogna: "Questo no! Questo no! Mi vergogno! Muoio dalla vergogna!" Era vero. Soledad capì che doveva dare inizio alla festa prima che Martina si convincesse di potersi ribellare, cominciò a sculacciare con rabbia quello splendido sedere, certo più avvezzo alle morbide carezze dei suoi estimatori maschi.

La sensazione di dolore alle natiche distolse Martina dal suo tentativo di risollevarsi, del resto non le sarebbe riuscito. Dietro di lei Teresa le teneva ferme le gambe. Ed aveva appena cominciato a remare con le braccia che già, Giulia, gliele aveva afferrate e tenute ferme con forza.

Mentre Soledad la sculacciava a tutto spiano, Nanda, tanto per fare qualcosa, la insultava. Le sculacciate fanno male a qualsiasi età ed hanno il potere di ringiovanire chi le sta subendo. Altro che Gerovital o cure ormonali! Con le sculacciate si torna davvero ragazzette. Martina non le aveva mai prese ma sembrava proprio una sciocca monella.

Le lacrime cominciarono a scendere copiose stingendole il trucco e colorandosi a loro volta. Il bruciore che provava aumentava in modo spaventoso e la poveretta gemeva pietosamente. Non immaginava neppure lontanamente che le sculacciate potessero fare un effetto simile! E la mano di Soledad si mostrava forte, sicura e bene allenata a quel genere di castighi. Ogni sculacciata era seguita da una sequela di "Oohhh! Aaaah! Ahiaaa! Uaaaaah!" e l'intensità e la durata delle urla aumentavano mano a mano che la punizione proseguiva. "Volevi sapere qual’era la punizione, vero? Ebbene, eccoti servita! Le sculacciate cara mia, le sculacciate! Per una stupida presuntuosa come te! Nessuno ti darà più del lei, lo sai vero?" La incalzava Soledad. "Maledetta, lasciatemi! Lasciatemi andareee! Soledad smettiiiii! Ti pregooo! Mi vergognoooo! Mi vergogno da morire! Baaastaaa! Uaaaah!" Nessuna però si inteneriva, anzi quando la mano di Soledad si fermò, ed era passato parecchi tempo, Giulia disse: "Smetti già? Sei stanca? Vuoi che prenda il tuo posto?"

No, ho un'idea migliore" rispose Soledad .

"Alzati Martina! Forza!"

Martina non capiva, credeva fosse finita e rialzandosi si portò le mani sul sedere, il quale aveva preso un colore rosso vivo, tendente al viola.

La gonna ricadde subito dopo a coprire lo spettacolo.

Martina piangeva forte e fra i singhiozzi udì la voce di Soledad: "Nanda, dammi la cintura del tuo vestito!"

Nanda portava infatti una grossa cintura a stringerle in vita un elegante vestito nero.

Martina capì e cominciò a strillare: "No! Nooo! Le cinghiate nooo! non voglio! Non vogliooo!"

Cercò di scappare ma non si era tirata su collant e mutandine e vi inciampava dentro trattenuta e sorretta da Giulia.

Intanto la cintura passava dalle mani di Nanda a quelle di Soledad.

Martina fra mille "Nooooo!" fu trascinata verso la scrivania e costretta a piegarsi con il busto sopra le carte.

"Daremo cinque cinghiate a testa, vedrete che basteranno", disse Soledad.

"Ma mi raccomando, non risparmiate il braccio!"

Mentre Giulia sollevava la gonna di Martina, Nanda ed Teresa tennero giù la ragazza e mentre Martina urlava i suoi "Noooo!" Soledad alzò la cintura dopo averla meticolosamente doppiata. Ssssslaaatch!

L'urlo di Martina fece tremare le pareti.

Ma anche ora, Soledad non si fece impietosire e terminò il suo compito con forza e precisione.

Martina faceva davvero pena mentre la cinghia passava di mano in mano. Tutte le punitrici svolsero benissimo il loro compito, nessuna si dimostrò debole o indecisa con quella cinghia in mano, anzi Soledad dimostrò invece una disinvoltura a dire poco, sospetta e, siccome fu l'ultima, chiuse in gloria il duro castigo.

I colpi furono comunque tutti secchissimi, qualcuno scese fino all'attaccatura delle gambe. La voce sottile e penetrante di Martina si levava in accorati appelli di pietà: "Baaastaaaaaa! Vi pregoooo. È tremendooo! Sono pentitaaaa. Farò quello che voleteeeeee! Perdonatemi, vi pregoooo! Bastaaaa! Perdonooooo! Uhhhh! Uhhhh!"

I colpi vennero dati ad intervalli regolari, durante i quali le quattro donne si godevano i disperati contorcimenti di Martina, piegata con il sedere sempre più viola e segnato, tutto il corpo scosso da singhiozzi. Fra grugniti, mezzi colpi di tosse, urla roche, gemiti, sobbalzi, si perdeva anche il senso delle suppliche di Martina. Lei, poveretta, credeva di svenire, pensava le si aprisse la pelle delle natiche ed in verità il sedere era ora bello viola. Finalmente fu lasciata andare e, appena libera, si grattò furiosamente i glutei saltellando comicamente per tutta la stanza, il busto piegato in avanti. "Guardate il vicedirettore" la sfotteva Soledad, "allora, cosa consiglia, BOT o CCT, e il dollaro, come va il dollaro? E la borsa? Si compra o si vende?" Tra risate e varie prese in giro la lasciarono sola.

Martina era crollata prona sul pavimento, singhiozzante, umiliata, vinta, il sedere in fiamme, le gambe tremolanti, la faccia per terra, collant e mutandine ancora miseramente alle caviglie, la gonna mezza su e mezza giù. Fu l'ultima volta che la videro. L'indomani, al suo posto, fu trovata una lettera di dimissioni.