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Simonetta

Un particolare “grazie” a Cesare: senza il suo aiuto, questa storia non mi sarebbe mai giunta.

 

Anche quest’anno, avevo meritato l'insufficienza in matematica; solitamente, la rimediavo durante il secondo quadrimestre ma, questa volta, il voto “due” era particolarmente grave.

Il mio tutore, stanco delle mie promesse non mantenute, decise di punirmi: non mi avrebbe quindi permesso di acquistare il nuovo impianto stereofonico.

Io, allo stereo tenevo moltissimo e, sinceramente, avrei fatto qualsiasi cosa pur di averlo. Fortunatamente, ma dolorosamente – e di seguito capirete il perché – la mia amica Lorenza mi venne in aiuto, sempre che così si possa chiamare.

Lorenza, che era di tre anni più “vecchia” di me, aveva da poco compiuto i ventuno anni ed era spesso a casa nostra. Ella, iscritta alla Facoltà di Lettere presso l’Università della nostra città, mi aiutava nell’apprendimento della lingua latina. Casualmente, Lorenza era presente anche quel pomeriggio in cui mi presentai a casa con quella grave insufficienza sulla pagella.

Il tutore aveva già emesso il suo severo verdetto quando Lorenza intervenne con gentilezza:

“Signor Franco, Simonetta tiene molto allo stereo, potrebbe concederlo ugualmente…, magari commutando il castigo con una punizione più umiliante ma altrettanto severa…”.

“Che cosa intende per punizione umiliante…”, chiese il mio tutore.

“Se veramente la qui presente allieva ed amica è pentita e s'impegna a studiare sodo, si potrebbe punirla con una buona dose di sculacciate. Sarebbe un castigo che difficilmente dimenticherebbe… fermo restando il fatto che, comunque, per qualche giorno potrebbe sedersi a fatica...”.

Nel sentire quelle parole, arrossii violentemente di vergogna, ma il desiderio dello stereo era molto forte… e poi, l’idea che Lorenza mi punisse, mi eccitava non poco…

Il tutore, era contrario alle punizioni corporali ma divenne possibilista dopo i lunghi colloqui che soleva intrattenere con Lorenza; su di un punto non avrebbe mai ceduto: non voleva essere lei a dovermi impartire le punizioni. Per farla breve, dopo una breve chiacchierata, Lorenza fu incaricata di sculacciarmi.

Il giorno dopo mi sarei dovuta recare da lei; ora, ero molto meno entusiasta dell'idea, ma ormai...

 “Ciao, Simonetta. Eccoti qui, finalmente nelle mie mani.”.

Nell’udire quelle parole, le gambe cominciarono a tremarmi mentre il cuore accelerava i battiti.

“Che cosa devo fare?”

“Semplicissimo, adesso ti spogli. Purtroppo non abbiamo a disposizione un’autentica sala per le punizioni, come quelle dei collegi inglesi, dovremo accontentarci di questo semplice salotto. Essendo la prima volta, inizierò adagio, in modo non troppo severo, con una semplice sculacciata a mano nuda; in seguito, prenderò il mio frustino da equitazione e finirò di sculacciarti con quello. Hai domande da farmi o ti è tutto chiaro?”

“Lorenza, sarò legata?”

“Per il momento non penso sia necessario. Sei sempre convinta della tua decisione?”

“Certo…, altrimenti non sarei venuta”, risposi con un tono sprezzante.

“Bene, molto bene, allora procediamo. Spogliati ed appoggia gli abiti su quella poltrona”.

Esegui lentamente i suoi perentori ordini vergognandomi da morire anche se, Lorenza ed io, ci conoscevamo sin dall’infanzia. Ero terrorizzata che qualcuno ci potesse vedere. Tenendo la testa bassa per l’umiliazione, mi sfilai le scarpe basse, tolsi la gonna e la camicetta; seguirono i collant ed infine, con molta riluttanza, le candide mutandine di cotone. Rimasi con indosso il solo reggiseno.

“Vieni, Simonetta, stenditi sulle mie ginocchia, tieni rilassato il culetto, non irrigidirti, altrimenti sentirai ancora più dolore…”.

Con calma, la mano di Lorenza cadde ripetutamente sulle mie natiche, alternando le sue echeggianti sculacciate un po' su di una natica, un po' sull'altra; un paio di colpi più forti e ravvicinati, mi fecero sussultare.

“Siamo agli inizi, Simonetta, rilassati. Quando sculaccio, preferisco farlo… per così dire, “a tempo”, piuttosto che prefissare un numero di sculaccioni ... diciamo quindi che ti sculaccerò per una decina di minuti…”.

Alcuni gemiti sommessi uscivano dalla mia bocca e mi chiedevo in continuazione se sarei stata in grado di resistere: già sentivo bruciare la pelle del mio sederino.

Verso l’ottavo minuto, il suo orologio era in bella mostra davanti ai miei occhi, il bruciore divenne insopportabile e, senza volerlo, iniziai a dimenarmi inarcandomi convulsamente, spalancando e socchiudendo le gambe e le natiche, mostrando senza più alcun pudore, entrambe le mie virginali fessure.

“Se non stai ferma come ti ho ordinato, non andiamo per nulla d'accordo! Anche a me, la mano brucia, cosa credi? Non è mica di ferro… eppure, continuo senza tante storie a fare il mio dovere... Se ti agiti ancora, mi costringerai ad allungare il tempo a venti minuti, chiaro?”

“Sì…, sì…, è tremendo…, mi fai male da morire… brucia… ti prego…”.

“Cosa credevi…, pensavi fosse un gioco?”

“No…, no di certo…, ma è la prima volta… e mi brucia tutto…”.

“Va bene, vedi di non urlare troppo…, siamo in una villetta non in un castello…”.

L'ultimo minuto fu d’incredibile intensità. Una serie di sculacciate veloci, ravvicinate e secche, furono seguite, ognuna, da un flebile gemito e da un sussulto.

Tutta la zona delle natiche, nonché la parte interna delle cosce era di un bel colore rosso intenso. Lorenza non aveva risparmiato quelle tenere carni e qualche sculacciata, amministrata con gran perizia e maestria era fioccata anche sulla sua glabra fichetta che si presentava tumida e pulsante.

“Ecco, i dieci minuti sono trascorsi”, esclamò Lorenza, “adesso ti lascio qualche minuto di pausa, se vuoi, puoi andare in bagno per rinfrescarti il viso e le natiche. Sappi che ora seguirà il bello: la tua fustigazione sarà molto severa”.

Simonetta era sconvolta. Mezza nuda e sculacciata, umiliata e piena di vergogna eppure, si sentiva eccitata e questo la preoccupava.

Dopo qualche minuto, Simonetta, rinfrescatasi il sedere, tornò nel salotto.

“Eccomi, sono pronta. Sculacciami come ritieni sia giusto fare”.

“Brava, vedo che hai compreso la lezione, del resto, questi erano i patti. Ora stenditi sopra il bracciolo del divano, voglio che tu stia in una posizione comoda e bene esposta. Voglio godere della vista del tuo culetto bene aperto ed alla mia mercé; no, non preoccuparti se anche il tuo sesso è bene in vista, ricorda che la vergogna e l'umiliazione sono parti integranti ed indispensabili del castigo. Ti somministrerò settantacinque colpi sul tuo impertinente e prominente culo, cinquanta sulle cosce tornite e cinque sui capezzoli del seno. In totale, cento trenta colpi, che sono parecchi ma ben distribuiti”.

“Cento trenta frustate mi spaventano un poco ma non dico di no…, non posso dirlo…, spero solo di resistere... se potessi avere un piccolo intervallo ogni tanto…”.

“Vedremo, adesso slacciati il reggiseno e stenditi che si comincia. Sei pronta?”

Io mi ero slacciata e tolta il reggiseno arrossendo violentemente in volto: essere completamente nuda, centuplicava la mia vergogna. Lorenza, intanto, non mi lasciò neppure il tempo di risponderle e cominciò a battermi severamente il culetto.

La mia amica si pose di lato al divano ed appoggiò il frustino sulla pelle del sedere come per prendere la misura. Udii un sibilo ed il frustino si abbatté per la prima volta di traverso sulle mie natiche. Sussultai ed emisi un gemito soffocato. Cercai di trattenermi, considerato il fatti che ne sarebbero seguiti altri cento ventinove. Il secondo, fu più forte ed il terzo ancora di più, o almeno così mi parve.

“Quattro… cinque... sei... sette...”, enumeravo i colpi con fatica mentre le lacrime iniziavano a rigarmi le gote.

Con regolarità, Lorenza colpiva il sedere spostando la mira ora in basso, verso l'attaccatura delle cosce, ora più in alto. Mi accorsi immediatamente che i colpi vicino alle reni erano più dolorosi. Ad ogni colpo mi sfuggiva un urlo soffocato.

Al sessantacinquesimo colpo, Lorenza m’avvertì:

“Adesso, le ultime dieci saranno più forti. Vedo che hai una bella pelle resistente, che ti segna poco…, meglio così, dopotutto...”.

“Ah... uh... che male... ah… settantadue… ah…, settantatré… ahia…, settantaquattro…”.

Al settantacinquesimo colpo, Simonetta cadde di lato giù dal bracciolo, stendendosi a terra e piangendo sommessamente.

“Fra cinque minuti, passerò alle tue cosce. Non voglio vederti a terra…, rimettiti in posizione. Vai ancora in bagno e torna pronta per proseguire... ne devi prendere ancora cinquantacinque!”

“Mi rimetto nella stessa posizione? Forse preferisci che mi stenda sul divano in modo che ti venga più facile frustarmi le cosce... penso che adesso me le darai sulle cosce, vero?”

“Sì, hai ragione, stenditi sul divano e mettiti comoda… così, da brava, apri bene le gambe, spalancale, voglio avere accesso a tutto…”.

 

Finalmente, anche l'ultimo colpo si abbatté sulle tette di Simonetta. Le cosce, il culetto ed il seno della ragazza erano segnati dai colpi del frustino ed arrossati dalle sculacciate.

Il sedere in particolare era di un bel rosso acceso; qui, Lorenza aveva insistito particolarmente con la sculacciata e poi, con i colpi dati con gran forza. Per fortuna di Simonetta invece, i colpi dati sulle cosce erano stati di media intensità e quelli sul seno abbastanza leggeri.

Simonetta era esausta ma in fondo felice: sapeva di essersi ben meritata il suo nuovo impianto ed aveva provato quanto, da tempo, inconsciamente desiderava. Tremava tutta, nonostante la pelle fosse bollente.

Simonetta, singhiozzante, si rivestì e, calmatasi, tornò a casa. Uscendo dalla villetta di Lorenza notò parcheggiata nel vialetto un'automobile che prima non c’era: Marco, il ragazzo di Lorenza era in casa. Si sentì morire e voltatasi verso la casa, intravide dietro le tende due ombre: capì tutto. Lorenza aveva voluto offrire un divertente ed intrigante spettacolo S/m al suo ragazzo.

Simonetta