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Alessia...

Alessia

 

Non penso ci siano ancora molte ragazze sculacciate nell’Italia degli anni '90 ed il numero certamente scende, naturalmente, se consideriamo solo le ventunenni.

Ancora meno saranno le ventunenni che hanno cominciato a prenderle sul sedere a diciotto. Probabilmente poi e una sola la ventunenne che le sculacciate le prende non da una parente, ma da una vicina di casa: quella ventunenne sono io. Mi presento: mi chiamo Alessia, ma non sono un angelo.

Sono una studentessa universitaria di lettere, matricola per la verità perché il mio curriculum scolastico non e molto brillante. Sono di media altezza, i capelli castani scuri, lisci e li porto lunghi appena sopra le spalle, occhi scuri, labbra sottili ed il naso piccolo.

Sono piuttosto carina e so di esserlo, magari un po’ scarsa di seno, ma, in compenso, gambe e culetto conseguono parecchio successo fra coetanei e no. Se prendo le sculacciate dalla vicina di casa e perché vivo con lei da quando i miei genitori sono andati in un posto nel quale non si entra né si esce di propria iniziativa (a volte si esce di propria iniziativa, ma bisogna fare un buco...). Non fatemi dir di più... La mia vicina si chiama Mariarosa Tancelli e pur con mille difetti e stata l'unica a volermi accettare in casa. Ha quarantacinque anni ed un concetto particolare dell'educazione. Del resto io non ho una lira, né la possibilità di andarmene e anche per questo non reagisco ai suoi sistemi. Lei e una convinta sostenitrice delle punizioni corporali, in particolare delle sculacciate, perché così e stata educata e ci credo davvero. Forse ci si diverte anche un po', non lo so, ma non credo che sia a conoscenza di Club, rivista che, del resto, io stessa conosco perché l'ho sfogliato qualche numero con un ragazzo appassionato di bondage. Poi, ho incominciato a comprarlo anch’io, incuriosita dalla rubrica "Mappamondi in fiamme'', dato che il mio si accende piuttosto

spesso. Tornando alla signora Tancelli, va detto che è ancora una bella donna. Molto alta e sportiva, veste con gusto, dando preferenza ai vestiti che mettano in mostra, castamente per carità, un fisico che non soffre la ruggine del tempo.

Mi piacerebbe davvero arrivare alla sua et nelle stesse condizioni. Ecco, se fossi al suo posto sarei, come dire, un pochino meno severa. La signora non è sposata; (quindi è signorina, ma io la chiamo signora) forse per quel carattere un po’ duro, ma le sue storie deve averle avute e anche adesso c'è qualcosa.

Sono entrata in casa sua poco prima di compiere i diciotto anni e debbo sostenere che, inizialmente, la signora si è mostrata piena di premure ed attenzioni; non ha sparlato mai dai miei genitori, almeno in mia presenza.

Solo che io ero davvero un tipo difficile: di studiare non n’avevo proprio voglia, di uscire con amiche e amici invece sì, divertirmi a mio piacimento altrettanto, di frequentare ambienti poco raccomandabili e di rientrare quando mi pareva anche, non parliamo poi del linguaggio. Riuscii a contenermi per pochissimi giorni, poi... La signora Tancelli rimase un po' disorientata dal mio comportamento, ma poi penso che avevo le mie giustificazioni, che i miei in fondo non si erano forse molto occupati di me e che non si trovavano certo in crociera o ad un meeting d’alta finanza.

Adesso so benissimo che lei era stata educata molto duramente in gioventù, allora il pensiero neppure mi sfiorava. Lei penso sicuramente che dapprima era meglio vedere se era possibile recuperarmi con le buone. Da lì, lunghi discorsi, materne esortazioni, richiami verbali, prediche. Poi le prime strillate e nelle consuete prediche (che subivo sbuffando e alzando gli occhi al cielo) comincio a prendere corpo il discorso delle punizioni corporali.

Dapprima, con tono sfumato poi, sempre più presente, tipo: "Non costringermi a ricorrere alle maniere forti" oppure "Se vai avanti così, me le strapperai dalle mani...".

 

 

 

La parola sculacciata, però, non era mai adoperata. Fin quando un certo giorno, avevo da poco compiuto diciotto anni, non scopri che da un paio di giorni uscivo si alla solita ora di mattina, ma alla scuola preferivo la compagnia di un amico.

Una volta a casa fui messa immediatamente di fronte alle mie responsabilità e non negai, tranquilla, che della scuola in quei giorni non avevo visto neppure il portone. Più o meno il discorso della signora fu cosi impostato: "Adesso, Alessia cara, mi hai fatto proprio perdere la pazienza. Ho provato tutti i sistemi con te, ho provato a sgridarti, a cercare di capirti, di spiegare il tuo comportamento. N’abbiamo parlato decine di volte assieme, non e servito a niente, anzi le cose sono forse addirittura peggiorate! Adesso basta! Non e rimasta che una strada, la più dolorosa per te e anche per me. Mi dispiace, Alessia, ma non intendo più perdonarti e visto che i castighi d’altro genere con te non funzionano, ricorrerò alle maniere forti!"

Avevo ascoltato la predica senza più attenzione di altre volte, ma l'espressione "maniere forti" mi riportò un poco sulla terra. "Sarebbe a dire?" domandai con tono beffardo. La signora Mariarosa s'irritò ancora di più: "sarebbe a dire che farai la conoscenza con qualcosa che io stessa ho provato da ragazza, pur comportandomi cento volte meglio di te, cioè le sculacciate". Ora ero certamente più attenta.

"Le sculacciate?" domandai sgranando tanto d’occhi. Va detto subito che, in vita mia, non avevo mai preso neppure uno schiaffo e neppure per scherzo. Supponevo che qualche ragazza fosse ancora sottoposta a simili regimi educativi, ma non ne conoscevo personalmente nessuna. Ne avevo

sentito parlare, avevo letto qualche lettera ai giornali, ma insomma una cosa lontana mille miglia da me. Per cui rimasi li stupita senza dire una parola e senza nemmeno rendermi conto troppo bene di quello che stava per succedere.

Anche la signora Mariarosa taceva, forse stupita dalla mia mancanza di reazioni. Eravamo sedute in cucina, al tavolo, ma non vicine. n silenzio era strano, irreale, forse era tutto un sogno. Ma, all'improvviso, la signora venne verso di me. Allora capii che non era un sogno e scattai in piedi, cominciai a scappare.

Allora non sapevo che una scena simile intorno a se quel tavolo l'avrebbe vista diverse volte. "Fermati! Vieni qui subito! Obbedisci o ti pentirai!" strillava la signora rincorrendomi.

Io non ci pensavo neppure. Gridavo solo "Aiuto!" senza convinzione, pensavo solo a non farmi prendere, e sembrava anche ci stessi riuscendo. Ma la signora Tancelli non era una grassa madre di mezza età, cosi quando io mi staccai dal tavolo e feci per lanciarmi verso la porta di casa mi fu subito dietro e mi agguanto ancora prima che raggiungessi la maniglia. Era evidente che si aspettava quella mossa.

Cominciò a trascinarmi di nuovo verso la cucina ed io facevo di tutto per impedirglielo, fino a buttarmi per terra, ma lei rivelava una forza inaudita e non riuscivo ad oppormi come volevo. "No! No! Cosa fa! Mi lasci andare! Cosa fa! Lei e matta! Mi lasci!" Adesso era lei a non parlare più, intenta a vincere le mie resistenze. Vi riuscì con l'aiuto di qualche pacca che atterro un po' ovunque su di me, ma il risultato finale fu che mi ritrovai in cucina, lei seduta sulla sedia di prima e io vergognosamente piegata sulle sue ginocchia. Nessuno aveva mai provato a mettermi così!

Questa donna, non solo ci si era provata, ma c'era anche riuscita. Non potevo neppure mettermi in piedi,

neppure provarci, perché il braccio che lei mi teneva girato dietro la schiena mi faceva cosi male che, se appena provavo a muovermi, vedevo le stelle. Certo potevo sgambettare e lo facevo, eccome se lo facevo, ma a che serviva? Certo potevo anche urlare, insultare ed anche questo facevo, ma potevo solo peggiorare la mia situazione. E forse insultandola che potevo convincere la signora a lasciarmi andare?

Più tardi avrei imparato che tutto quello che potevo fare era del tutto inutile. La Signora mi lasciava sfogare e intanto ripigliava un po' di fiato, essendosi appena prodotta in uno scatto da atleta. Poi quando si senti del tutto a posto comincio a sgridarmi ancora e proprio quella prima volta mi tocco ascoltarla a testa in giù e culetto per aria, anche se ero ancora tutta vestita. "È inutile che ti agiti tanto e strilli, ormai il tuo destino e segnato, Alessia. Ti consiglio di non farmi arrabbiare ancora di più, se no le sculacciate aumenteranno di numero. Se sei in questa posizione devi ringraziare solo te stessa, hai capito? Te stessa! E dipende solo da te evitare di trovartici anche in futuro. Ma con le abitudini che hai preso non ci credo molto".

Piano, piano, smettevo di agitare le gambe e mi provai a discutere anche se avevo la netta sensazione di sprecare fiato: "Non è giusto, signora! Non e giusto! E poi e ridicolo!" "Sì, è ridicolo, va bene, è ridicolo. Ma proprio per questo dovresti pensarci su e vergognarti! Ci pensi? Stai per essere sculacciata e hai 18 anni! Fossi in te, dalla vergogna non mi farei vedere in giro per un mese intero!"

"Ma io non voglio! La odio! La prego, mi lasci andare, mi lasci stare! La odio, la odio!" Ricominciai a sgambettare a più non posso quando improvvisamente mi sentii sollevare la gonna beige. "No! No! No!" strillai.

Non avevo la più pallida idea di quanto facessero male le sculacciate, ma ero sicura che se mi levava i vestiti mi avrebbero fatto provare più dolore. Adesso sì, che un’acuta sensazione di vergogna s'impadroniva di me, lo avvertivo, soprattutto alla bocca dello stomaco. La gonna fu impietosamente rovesciata sulla mia schiena, ma quel che e peggio e che la signora Mariarosa comincio a tirarmi giù a strattoni collant e mutandine insieme.

Quest’operazione fu più faticosa perché cercavo di schiacciare giù la pancia sulle ginocchia della signora per impedire con gli indumenti sfilassero via. Una volta che collant e mutandine scesero oltre la curva delle natiche la signora Tancelli riuscì con più facilità nel suo intento, ma non si accontento di lasciarmeli sulle gambe o attorno alle ginocchia e li abbasso del tutto, oltre i polpacci, attorno alle mie caviglie.

Il terrore s’impadroniva di me. Alternavo le suppliche alle invocazioni e agli insulti e alle imprecazioni. La signora Tancelli intanto ultimava le operazioni assestandomi sulle sue ginocchia, e mi prendeva anche in giro: "Un attimo di calma e non temere che avrai motivo di lamentarti. Certo che se cominci così..." Non so come, ma ebbi la precisa sensazione che la punizione sarebbe cominciata subito. Infatti, la prima sculacciata esplose sulla mia natica destra strappandomi un urlo di dolore. Subito ne segui un'altra ed un'altra ancora. Quella prima volta non diedi davvero una gran prova di coraggio e di sopportazione, ma come avrei potuto? Non immaginavo neppure lontanamente che una serie di sculacciate potesse produrre sul mio sedere e dentro di me un effetto cosi devastante. Cominciai subito a piangere come una fontana, forse anche prima che fosse davvero indispensabile. Pero presto indispensabile lo divenne veramente.

La signora Tancelli non me ne ha mai parlato, ma e impossibile che sculacciasse per la prima volta. Alzava molto la mano, sceglieva con cura il bersaglio, alternava i colpi un po' qui, un po' la, un poco a destra, un poco a sinistra, ma senza uno schema preciso. Il ritmo era sostenuto ma regolare, meglio avesse sculacciato con rabbia, di fretta e furia. Invece no, lei era calma e controllata e sculacciava per farmi bruciare il più possibile il sedere. E ci riusciva benissimo.

Avevo perso anche il minimo controllo di me stessa. Cercai di liberare quel braccio cosi prepotentemente rovesciato, inarcavo schiena e sedere a più non posso.

Credo che per qualche istante coltivai l'illusione di far ricadere giù la gonna, cosa impossibile e in ogni modo di facile rimedio. Con i piedi rimestavo nel mucchio di collant e mutandine che m’impediva di sgambettare, ma non ottenevo nessun risultato pratico. L'unica cosa che potevo fare era strillare, implorare, scongiurare: "Basta! Signora, pietà! Basta! Uh! Ah! Non resisto più! Mi lasci! Ah! Ahia! Brucia!"

Lei mi rispondeva sarcastica: "Ah sì? Brucia? Ma guarda! Potevi pensarci prima! Ti avevo avvertita! E adesso peggio per te! Tieni! Tieni! Tieni!" E giù sculacciate sonore e fragorose, mentre io scoprivo un mondo che non avevo mai supposto esistesse, almeno nella pratica. Nulla serviva a diminuire il dolore che, cosa incredibile, invece aumentava sempre di più. Scuotevo la testa a destra e a sinistra, la scrollavo in un diluvio di capelli e lacrime. Neppure strillare come un'aquila mi dava sollievo: " Basta! Pietà! Non bigerò mai più! Più! Per pietà, basta! Muoio! Non ce la faccio più! Signora! Signora! Basta!" Quasi non mi accorsi quando il castigo giunse al suo termine e continuai gridare e a dimenarmi come se fossimo ancora in piena sculacciata.

La signora Tancelli attese che mi fossi calmata un po', poi, mentre continuavo a piangere completamente vinta, aggiunse: "Ecco, Alessia! Per oggi basta cosi! E ti è andata bene! (Pensai a cosa mi sarebbe successo se mi fosse andata male!)

"D'ora in poi sai cosa ti aspetta alla prima che combini! Ti ripeto, forse spiace più a me che a te, ma non c'è altro da fare! Ora alzati e vai in camera tua! Ti porterò il pranzo in camera tua".

Mi sollevai a fatica singhiozzando e istintivamente mi portai le mani al sedere, proprio come si vede nelle foto che pubblicate voi su Club. Poi ripresi a vergognarmi della mia nudità e mi affrettai a tirarmi su collant e mutandine e a rifugiarmi nella mia piccola camera. Mi misi a piangere, naso alla finestra, mani infilate sotto la gonna, cercando di dare sollievo ad un sederino tutto rosso e segnato. Intanto cominciavo a pormi delle domande: "E adesso? I vicini avranno sentito? Cosa avranno pensato? Accadrà di nuovo? A quest'ultima domanda avrei purtroppo avuto una risposta assai presto".